Camillo Benso di Cavour: le ferrovie e l’idea nazionale italiana (1846-1848)

Tornando dall’Inghilterra, dove era stato nel corso del 1835, Cavour riportò con sé ammirazione per i progressi economici e tecnologici della società inglese e l’idea che le strade ferrate fossero uno strumento indispensabile per il progresso industriale ed economico delle nazioni. Con questo spirito sostenne il primo programma ferroviario avviato da Carlo Alberto e fu uno degli animatori delle iniziative imprenditoriali connesse a tale programma. Ma Cavour, da tempo, aveva lo sguardo rivolto ben più lontano del suo Piemonte, anelando con impazienza il momento in cui, abbattute le frontiere innaturali che separavano le genti italiane, si sarebbe potuto avviare anche in Italia quel regime di libero commercio e di libera circolazione che, a suo avviso, avrebbe tanto giovato agli interessi materiali e morali del popolo italiano.


Fiero avversario dell’equilibrio scaturito dal Congresso di Vienna, il Conte di Cavour aveva iniziato da tempo a tessere una fitta tela di relazioni con gli esponenti più in vista della cultura liberale italiana ed europea e con gli ambienti finanziari a Ginevra e Parigi dove, ormai, si spingeva apertamente per il superamento dei vincoli commerciali e politici dell’Ancien Régime che soffocavano la libertà economica e il progresso.

Nel 1845, Carlo Ilarione Petitti di Roreto, un nobile piemontese assai vicino a Cavour, pubblicava in Svizzera, a Capolago, un volume dal titolo: Delle strade ferrate italiane e del migliore ordinamento di esse, nel quale si prefigurava apertamente una rete ferroviaria nazionale che superasse frontiere e barriere doganali nell’interesse di tutti gli italiani. 

Il libro non nascondeva l’ispirazione fortemente unitaria e anti-austriaca dell’autore sollevando un vero e proprio putiferio politico nei rapporti tra il Piemonte e Vienna. A gettare benzina sul fuoco intervenne, l’anno successivo, l’articolo del Cavour Des Chemins de fer en Italie pubblicato a Parigi sulla Revue Nouvelle che, senza mezzi termini, esaltava l’importanza che avrebbero avuto le ferrovie sullo “sviluppo dell’idea italiana” e si scagliava contro l’edificio politico eretto dal Congresso di Vienna definito senza mezzi termini “dépourvu de toute base morale”. Mentre l’agitazione cresceva lungo l’asse Parigi-Torino-Vienna, il Piemonte attuava il suo programma ferroviario per una strada ferrata “da Genova al Piemonte e confine Lombardo” attraverso Alessandria e la Valle del Tanaro con diramazione verso la Lombardia “nella direzione che le circostanze saranno per consigliare più opportuna”.       

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